I manuali sono libri grandi, come le favole

neverstoplearning

L’immagine (perfetta) è di Hannes Beer.

Non dirò niente di particolarmente nuovo, in questo post. Ma lo dirò.
Perché quando abbiamo deciso di lanciare l’idea di una casa editrice, un anno fa, ci ripetevamo spesso che quello che più volevamo era diffondere cultura e sapere quotidiani.
Quotidiano, che vuol dire di tutti i giorni. Quotidiano, che vuol dire scritto da persone che tutti i giorni rinnovano il loro saper fare qualcosa e possono insegnarlo. A volte, anzi spesso, senza notorietà.

Ora che il motore è acceso, che stiamo lavorando al nostro terzo libro mentre fantastichiamo sui dieci successivi, mi viene voglia di sedermi qui e condividere qualche riflessione sull’insegnare e sull’imparare, che a conti fatti sono la parte principale del mio lavoro, che a sua volta occupa così tanta parte della mia vita.

Alcuni tra i ricordi più vividi e caldi della mia infanzia sono legati ad adulti che dedicavano il loro tempo a insegnarmi a fare qualcosa: mio padre che mi spiegava come leggere l’ora sulle lancette, mia madre che mi lasciava appendere i pesi alla macchina della maglieria, mia nonna che alla vecchia maniera, quando a quattro anni e mezzo volevo scrivere, mi assisteva mentre riempivo paginette di P, Q, R, maiuscole e minuscole. Per non parlare di mia sorella, enorme poetessa d’amore, che di otto anni più grande di me mi istruiva inconsapevolmente (leggevo i suoi diari segreti perché sapevo dov’era la chiave) su sentimento sentimentalismo e affini.

Sono dialoghi meravigliosi nella mia memoria, quando li coloro con le tinte degli ambienti di casa, che mi restituiscono i caratteri delle persone e quel desiderio mio di apprendere, loro di farmi conoscere.

Da grande mi ritrovo, sotto gli ombrelloni estivi, a leggere libri riguardo tutto quello che non ho fatto in tempo a imparare durante l’inverno.
Oziare mi piace, ma non così tanto, e la spiaggia è la mia ottima occasione per fare mentre gli altri dormono mangiano parlano quello che più mi piace: studiare.
Un amico una volta mi ha fatto notare che al mare “bisognerebbe” leggere solo romanzi. Perché “bisognerebbe” rilassarsi. Staccare. Dimenticare il lavoro.
Ho provato a spiegargli che a me il mio lavoro piace, al punto di trovarlo a tratti perfino rilassante, ma non l’ho convinto.

Eppure io non ho mai la sensazione che leggere un manuale sia così diverso per me dal leggere un romanzo. Perché, e qui arrivo al punto, un libro che mi consenta di imparare qualcosa di nuovo mi consente di inventare la mia, di storia.
Immaginando cose che potrò fare con quegli strumenti, percorsi da intraprendere, trasformazioni da compiere.
A volte un manuale è l’incipit. Di quello che io stessa realizzerò. Contiene una storia in potenza, di quelle con i finali multipli.

Per le stesse ragioni di fondo, insegnare per me non è mai stato aprire il cassetto delle competenze e riversarlo su qualcuno in cambio di qualcosa.
Insegnare porta con sé il desiderio di comunicare le ragioni per cui si è, prima, imparato a fare. È raccontare, attraverso le cose, se stessi e la propria storia.
È desiderare che chi ci ascolta abbia voglia di proseguire la sua. È sentire la responsabilità di questo e la possibilità di far avvenire cose che non avevamo previsto.
Può essere romantico, come una favola, oppure emozionante come un romanzo d’avventura.

Tutto sta a scegliere, e a chiedersi: perché lo faccio?
Mi piacerebbe se questo progetto desse spazio a questa domanda, e ad altre simili.
Mi piacerebbe che questo spazio fosse l’occasione per tante persone di scambiare e suggerire sapere.

Avete presente quella frase, non ricordo chi l’ha detta, suonava più o meno così: leggere ha senso se al libro hai una domanda da fare, e cerchi una risposta.
Il presupposto della conoscenza è avere delle domande. Il presupposto delle domande è la responsabilità di chi sa le risposte di nutrirle, secondo me.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *