Publishing vs self-publishing

Vi dico una cosa. Adoro il self-publishing.

E ve ne dico anche un’altra. Sono tutti preoccupati del self-publishing letterario, quando invece la vera questione è che da qualche tempo, grazie allo sviluppo del web e delle nuove tecnologie, il Do It Yourself si è esteso a tutti i campi.

Questo da un lato è stato un gran bene. Tante voci e tante idee che mai sarebbero passate attraverso lo spietato setaccio della produzione hanno trovato uno spiraglio per esprimersi. Penso ai blogger (i primi self publisher), ai videomaker che hanno saputo usare youtube, ai giovani talentuosi che hanno saputo sfruttare la rete e i social per fare conoscere i propri lavori.

La democratizzazione degli strumenti ha permesso ai piccoli di trovare un proprio pubblico, partendo dagli artigiani (pensate alle piattaforme come Etsy), passando dai musicisti e arrivando alle piccole case editrici come la nostra, che mai avrebbero avuto una possibilità di esistere senza il digitale, e ai tanti autori che attraverso piattaforme di self-publishing hanno avuto modo di confrontarsi con un pubblico di lettori, di farsi conoscere e magari trovare un editore.(Negli Usa, con un mercato diverso, molti invece hanno deciso di continuare ad autopubblicarsi).

Ora, se tutto questo fiorire di creatività, pluralità e imprenditorialità è sicuramente qualcosa di positivo, c’è anche un risvolto della medaglia.

Non bisogna più essere un giornalista per fare informazione, un fotografo per scattare immagini,  un videomaker per fare un film.

Non bisogna esserlo prima di farlo, basta farlo.

Ma non vuol dire che se lo facciamo siamo diventati immediatamente giornalisti, fotografi o videomaker professionisti.

Il piccolo successo che ognuno di noi può avere sul web spinge alcuni a credere che i like e l’approvazione raccolta dalla nostra nicchia (piccola o grande) ci consacrino professionisti e professionali.

Eppure qualsiasi professionista sa che nel proprio lavoro è la preparazione, l’aggiornamento continuo, l’esperienza, l’insegnamento di chi ne sa di più, le sconfitte e la tenacia che ci rendono forti e bravi, non l’approvazione.

Anche perché in ogni lavoro si è sempre sotto esame.

Nel giornalismo c’è una gerarchia quasi militaresca preposta al controllo e alla verifica, con codici e norme di qualità sotto le quali non si dovrebbe scendere.

E quando si parla di libri vale lo stesso discorso.

Pubblicare un libro, come autore o come casa editrice, non ci fa grandi automaticamente. E’ la passione che abbiamo, la capacità di metterci in discussione, di imparare sempre da chi ne sa di più e dai nostri errori, che pianopiano ci costruisce.

Forse nella falsa lotta tra publishing o self-publishing (in tutti i campi) alla fine vincerà questa logica.

O almeno me lo auguro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *