Misurare le parole

Ogni volta che  l’invito a misurare le parole riempie i titoli dei nostri quotidiani (e accade spesso) penso a quanto sarebbe  importante fermarsi a riflettere sul fatto che le parole hanno davvero un peso e una dimensione, e che non dovrebbero mai essere usate a caso.

Chi lavora con la scrittura ha a che fare tutti i giorni con il difficile rapporto tra parole e spazio.

Pensiamo agli articoli di giornale, agli slogan pubblicitari, alle informazioni delle brochure o dei banner, ai sottotitoli delle serie televisive, ai post su facebook, ai tweet, agli oggetti delle mail: sono tutti testi brevi, a volte brevissimi, che devono rientrare in uno spazio limitato da decisioni esterne e senza appello.

Ora, se la creatività è saper pensare out of the box, rompendo le regole, essere costretti a rispettare dei limiti oggettivi rimanendo inside the box può essere altrettanto stimolante.

Non a caso i 140 caratteri di twitter sono stati sfidati da esperimenti letterari come #storiebrevi, #parolexdirlo, o tweetdafavola (ma ce ne sono tanti altri).

Scrivere un testo di tot caratteri (spazi inclusi) porta necessariamente ad un rapporto molto intimo con la grammatica e il vocabolario.

Si impara a valutare le forme verbali in base al criterio dell’economia dei caratteri, a fare a meno di avverbi ed aggettivi grazie alla scelta di termini più precisi, dominare l’uso della punteggiatura che vi permette di far fuori preposizioni e perifrasi.

Per questo, quando mio figlio ha protestato contro “l’inutile” esercizio della prof di lettere, che gli imponeva di riscrivere un riassunto dello stesso testo in 90, 60 e poi 30 parole, l’ho spedito a lavorare.

Lui non lo sa, ma gli sarà utilissimo.

Se non altro per mandare dei messaggi da urlo su whatsapp.

 

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