Insegnare è un patto di responsabilità

La mia esperienza

La prima volta che mi sono trovata nei panni di un’insegnante avevo da pochissimo finito il liceo e alcuni professori mi proposero per delle lezioni private ai genitori di un’allieva in difficoltà. Poco dopo la preside mi chiamò per un paio di supplenze (ho frequentato un liceo privato, si poteva fare), e ancora qualche tempo dopo mi spedì a fare un colloquio presso un altro Istituto che aveva bisogno di una sostituzione.

Ero veramente giovane e piuttosto fiera di quella opportunità. Ero anche spaventata, un po’ timida, forse fin troppo empatica nei confronti dei miei quasi-coetanei.

Anni dopo, quando il mio lavoro era già diventato quello che è attualmente, in un momento di insoddisfazione economica e professionale decisi di inviare il curriculum a due o tre scuole di grafica di Roma per cambiare aria e arrotondare lo stipendio. Durante il colloquio con una delle tre, quella in cui ho continuato a insegnare in tutti questi anni a margine del mio lavoro ordinario, non mi furono richiesti i titoli, nonostante ne avessi, ma l’esperienza che avevo concretamente maturato nell’ambito delle materie che mi sarebbero state assegnate.

Iniziai allora a insegnare più regolarmente, ormai quasi dieci anni fa, portando con me quel patto iniziale di responsabilità: non essere lì per il beneplacito di un documento, ma perché sapendo fare qualcosa avrei potuto insegnarla a qualcun altro, perché gli fosse utile. E quel patto, che continua ad accompagnarmi, è divenuto per me un marchio irrinunciabile.

Ho imparato che attraverso l’insegnamento, e l’apprendimento, passano messaggi importantissimi, a ogni età. Decidere di iscriversi a un corso, di qualsiasi genere esso sia, significa affidare le proprie aspettative, ciò in cui dichiariamo di essere fragili, a qualcuno che desideriamo possa aiutarci, sostenerci e corrisponderci.
Io credo che tenere conto di questo sia molto importante quando si decide di fare l’insegnante, così come quando si decide di mettersi nei panni dell’allievo. Questa consapevolezza è in grado di saldare la nostra fiducia negli altri e in noi stessi, ed è qualcosa va ben oltre il contratto formale tra chi guadagna insegnando e chi paga per apprendere.

Alcune considerazioni

Ho riflettuto molto su questi argomenti osservando i cambiamenti avvenuti in dieci anni di scuola, lezioni private, incontri. Il presupposto è che ogni volta guardo i corsisti con lo stesso rinnovato desiderio di trovare nelle loro esperienze una domanda tanto insistente da mettermi in crisi e scoprire nervi anestetizzati dall’abitudine (non esagero, è vitale e ci credo), così come spero di trovarvi un’aspettativa potente che si manifesti in un’idea, una sorpresa, un compito eseguito al di là delle richieste specifiche.

La realtà è che, andando avanti, ho assistito a passaggi in direzione contraria: sempre più di frequente, negli ultimi anni, ho incontrato giovani spaventati e affannati (dal momento storico, dal lavoro, dalle aspettative di altri nei loro confronti), molto esigenti ma allo stesso tempo meno disposti a mettersi in gioco profondamente, un po’ più sfidanti che allievi, molto abituati alla delusione e di conseguenza predisposti all’iper-reazione piuttosto che alla riflessione.

Non è quello che vediamo succedere ogni giorno intorno a noi, per strada, in metropolitana, durante una fila al supermercato?
In effetti parlo di corsi, docenti e allievi, ma la questione sembra attenere ai rapporti tra le persone in generale. Ogni rapporto, in qualità di scambio, porta con sé una componente di apprendimento e una quota di insegnamento, di entrambe delle quali siamo una volta più e l’altra meno responsabili. Il senso di responsabilità di ciascuno è ciò che nutre le relazioni e le società, eppure la fiducia in questo patto silente sembra venir meno proprio nei luoghi dove dovrebbe essere più radicato e scontato: le scuole.

Colpisce l’impatto che questo ha sul rendimento delle persone, e sulla nostra reputazione di docenti. Soprattutto quando si ha a che fare con il mondo digitale i giovani se ne sentono un po’ padroni, c’è poco da fare. Alcuni sono spinti sì dal desiderio di imparare a utilizzare un programma, di realizzare un’idea, e si impratichiscono di solito velocemente degli aspetti più tecnici e pratici di cui necessitano. Poi c’è il resto: c’è il progetto, c’è la capacità di narrare, c’è un tempo che sembra perso (quello delle bozze), ci sono gli errori in cui si incorre e dai quali si riparte, c’è il dialogo con l’insegnante che può essere un’occasione di nutrimento e di esperienza. Tutto questo “resto” sembra essere decisamente meno interessante, se non una notevole perdita di tempo.

Così come non è facile spiegare che il digitale è un mezzo, probabilmente transitorio come lo è ogni mezzo di comunicazione, e che ciò che conta è il messaggio che siamo in grado di ficcarci dentro, così non è facile mantenere vivo il dialogo e dunque instaurare la relazione: a volte bisogna cercarlo con pazienza, volerlo fortemente oltre gli sguardi muti o torvi, a volte bisogna perfino avere il coraggio di continuare a parlare da soli aspettando di toccare finalmente la corda giusta che inneschi il desiderio di partecipazione.

Eppure credo sia essenziale non cedere alla tentazione di insegnare “facile”, dimenticando tutto questo, che a mio avviso è il patto di responsabilità.

Proposte

Ecco, ho scritto tutto questo perché stiamo per dare il via a un nuovo anno di iniziative e progetti e la formazione ne avrà una parte importante.
Vorrei che il gusto di realizzare le nostre attività, e il gusto di parteciparvi, passi attraverso la consapevolezza che con ogni atto pubblico possiamo realizzare un’idea di società, nutrita di responsabilità, rispetto e partecipazione.

Ora sapete cosa ci spinge a insegnare, e con quale ispirazione abbiamo dato vita a DO = Corsi pratici per persone con i piedi per terra. Ne parliamo qui.

2 thoughts on “Insegnare è un patto di responsabilità

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